Il volo che da Amman ci riporta in Italia è vuoto.

Venti, forse trenta persone, non di più.

Sei di questi siamo noi.

E’ la triste immagine della Giordania di oggi: hotel vuoti, ristoranti deserti e negozi chiusi. Certo, ci sono i Giordani, ma i turisti sono quasi totalmente scomparsi a causa della guerra in Siria. Negli ultimi anni tutto il comparto ricettivo ha subito una violenta contrazione di visitatori ed introiti portando il peso del settore dal 15% al 2% rispetto al PIL nazionale. Una ecatombe di alberghi ed agenzie di viaggio che hanno dovuto chiudere lasciando a casa migliaia di impiegati, guide e autisti. Le cifre del dissesto del turismo narrano la storia di una grande destinazione turistica, star del mercato, piombata nel giro di un paio di anni nella polvere dell’oblio. Senza stare a scomodare grafici e statistiche, ricordo bene quando la Giordania si vendeva come il pane; io stesso ho fatto un paio di gruppi aziendali, di quelli grossi da centinaia di persone. Tutti tornavano entusiasti: il deserto di Lawrence d’Arabia, Petra, il Mar Morto, Jerash e le altre città romane. Un popolo accogliente, luoghi meravigliosi, una ottima cucina e prezzi economici: lavorare con la Giordania era come sparare sulla Croce Rossa, per sbagliare dovevi essere uno strabico molto ubriaco.

Ed ora il paese sembra il fantasma di ciò che è stato. La Lonely Planet consiglia ancora di iniziare la visita di Petra la mattina presto prima che arrivino i bus dei viaggi organizzati, in modo da “godere della magia del sito archeologico senza essere disturbati dalle consuete orde dei turisti”.

Quali orde? Quali bus? Quali viaggi organizzati?

A Petra, non c’è un cazzo di nessuno.

I cammelli che un tempo trasportavano stanche ed obese turiste caucasiche, ora sono disoccupati come le guide ed i bambini che stancamente tentano di vendere le cartoline a quei pochi visitatori che sfidano i luoghi comuni e si avventurano fino qui. Sembra il set di Beh Hur senza più comparse, le Cascate del Niagara senza più acqua, la stazione Vittoria di Mumbai senza più risciò.

Rileggo le pagine del mio diario. “Il sito è immenso ed è tutto a nostra disposizione, mi sento a metà tra un archeologo inglese di fine ottocento e Lowrence d’Arabia. Ora capisco perchè una volta nella vita bisogna vedere Petra: è un viaggio nel tempo, carico di una magia profonda e di un fascino antico. Mille scalini portano a mille tombe trasformate poi in abitazioni, sembra infinito, ci sarebbe da stare qui una settimana a vagare per questa città misteriosa, un tempo abbandonata dai suoi abitanti ed ora di nuovo deserta, abbandonata dal turismo.

Lo stato di sbando in cui versa il sito è determinato dal numero di bancarelle di souvenir lasciate incustodite: pare non valga più la pena andare tutti i giorni a tentare di vendere qualcosa ai quei pochi visitatori presenti. Mi sento come un bambino in un parco giochi lasciato incustodito, come un goloso chiuso in una pasticceria di notte: vorrei mangiarmi tutto, correre su tutte le giostre, cercare tutti i panorami possibili, salire tutte le scale e scendere in tutte le gole. C’è da fare indigestione!

Immobile alla luce dell’ultimo sole, quello che rende rosse le facciate delle tombe reali, ammiro lo spettacolo del tramonto mentre la temperatura scende e le ombre si allungano sui templi di sotto. Una rappresentazione magica curata da un regista sublime si spande tutto intorno a me, mentre lo spettacolo ammutolisce la mia mente e rapisce il mio spirito.

E’ pace infinita,

senza più parole”

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“Vai in Giordania? Ma sei pazzo?” Tante volte ho ritrovato queste parole non dette negli sguardi di amici e conoscenti. Dopo anni di crisi mediorientale, di guerra in Siria e di orribili immagini questa è la percezione della regione. E’ ovviamente per questo che il paese è vuoto. Tutti hanno paura della guerra, quindi in Giordania non ci viene nessuno.

Ma qui non c’è guerra. Quindi perchè il paese è vuoto?

Certo la Giordania confina con la Siria ma a pensarci bene anche Israele confina con la Siria eppure non mi sembra che si dica in giro di non andare a visitare Gerusalemme. In Giordania non ci sono stati attentati. Quindi secondo quale principio decidiamo che un paese è più sicuro di un altro? Che Amman è più pericolosa di Gerusalemme, che Petra è meno sicura di Parigi o di Bruxelles?

La domanda potrebbe esser banale ma è anche causa della sua mancata risposta che un paese come la Giordania, già stremato dal peso economico e sociale di centinaia di migliaia di profughi siriani, si trova  a dover subire anche una crisi turistica senza precedenti.

Non possiamo più fare classifiche dei posti più sicuri del mondo. Quello che però possiamo fare è cercare di distinguere i paesi e mettere ognuno di essi sotto la luce della propria realtà e della propria storia. La Giordania non è la Siria, non ha la sua guerra non ha il suo esercito, la sua polizia, i suo alleati, la sua storia rispetto alla formazione dello stato. La Giordania è un paese sicuro e negli ultimi anni non ha subito attentati al contrario di altri paesi considerati più stabili.

Quindi?

Quindi spesso le nostre certezze sulla sicurezza dei luoghi hanno poco a che fare con la loro realtà. La conseguenza è che la Giordania, solida monarchia dall’economia crescente, dotata di un uno degli eserciti arabi più potenti della regione, capace di grande generosità nei confronti degli sfollati siriani, oltre ad una una crisi che modificherà profondamente la composizione sociale, culturale economica del paese, si ritrova vuoti i suoi grandi e bellissimi alberghi, vuoti i voli della sua elegantissima compagnia di bandiera e vuoti i suoi stupefacenti siti archeologici.

Una pena, tutto questo è una pena infinita.

Una bellissima hostess mi richiede se ho bisogno di qualcosa.

Penso.

Il turismo è sinonimo di svago almeno nella comune percezione. Vista la sua essenza fatta di pura “leggerezza”, non è mai preso in considerazione rispetto al dibattito sulle grandi sfide mondiali. Chi fa turismo, si sa, vive costantemente in vacanza, con un Martini in mano, salutando il mondo dalla terrazza del Copacabana Palace. Quindi difficilmente può avere voce in capitolo su temi seri come il riscaldamento globale, la povertà e i conflitti bellici.

Tutti noi, dotati di Martini e non, siamo tutti stati toccati dalle immagini dei barconi di immigrati in fuga dalla guerra, dalle storie dei soprusi da essi subiti in lunghi ed estenuanti viaggi della speranza, dalle foto di bambini morti nei naufragi. L’impotenza è il primo sentimento che arriva alla mente, stinge la gola e soffoca nel silenzio utopiche speranze di giustizia. Almeno per me.

Che cosa si può fare? Poco direte voi.

Ma non è questo che intendo. La domanda che volevo porre è: “Che cosa può fare il turismo?” Attraverso il mio lavoro, il lavoro di chi come me organizza viaggi, di chi manda in giro la gente, che cosa si può fare? Se ci permettessero di posare il Martini, che cosa potremmo fare?

Penso che dopo aver tanto lavorato con la Giordania, dopo averci mandato migliaia di persone, organizzato gruppi ed averci guadagnato bei soldi negli anni buoni, tutto il comparto del turismo outgoing dovrebbe farsi questa domanda. Sostenere il paese anche in piccoli, piccolissimi numeri e mandare qualche turista in Giordania, un paese che subisce le conseguenze della guerra ospitando i Siriani in fuga, sarebbe una bella risposta, seppur piccola. Certo, nessuno che faccia il mio mestiere può illudersi di modificare la percezione del paese riportando Petra ai numeri di un tempo, ma non è questo a cui pensavo.

Dietro casa mia c’è un piccolo canale, una specie di fiumiciattolo che ironicamente ho sempre sentito chiamare rio Fasello. Ecco, la Giordania era il Rio delle Amazzoni per il flusso di turismo che generava; ora è diventato il rio Fasello e se continua così allora si esaurirà anche quel rigagnolo economico con cui fino ad oggi si sono tenuti aperti i siti archeologici, qualche hotel ed un paio di voli. Certo, non tornerà ad essere il Rio delle Amazzoni se non tra chissà quanti anni, ma tutto il mondo del turismo che ha da sempre “programmato” la Giordania, potrebbe aiutare il rio Fasello a sopravvivere.

Quindi, non pensavo, ma alla fine non posso fare altro che lanciare il mio appello ai colleghi. Sarò breve, il volo sta atterrando e, si sa, “bisogna chiudere il tavolino ed allacciarsi le cinture”.

Cari agenti di viaggio,

se vi siete commossi davanti alle immagini degli immigrati siriani e vi siete sentiti impotenti di fonte all’orrore della guerra, beh sappiate che in realtà da noi arriva il 5% dei profughi mentre il medioriente, Giordania compresa, si becca tutti gli altri, milioni di profughi Siriani. Sostenere la Giordania vuol dire sostenere chi subisce le conseguenze umanitarie del conflitto in Siria.

* *Se quest’anno manderai in Giordania anche solo un paio di clienti e se in tanti faranno così, allora forse non cancelleranno quei tre voli settimanali mezzi vuoti di Royal Jordanian, il Petra Moon Hotel non chiuderà e Hamed, quella bravissima guida che è tanto piaciuto agli ultimi clienti che hai mandato anni fa, non sarà costretto ad emigrare in Germania per mantenere la famiglia.

* *Per tenere in vita il Rio Fasello della Giordania basta una goccia a testa.

Io sono stato felicissimo di dare la mia.

Tutta la mia esperienza sarà a disposizione per l’invio della tua.

#savejordanriver