Il viaggio è un animale interiore che, metro dopo metro, cresce dentro di noi e che inesorabilmente si fonde con il nostro spirito. Progressivamente la fusione crea un nuovo essere, molto simile a quello che eravamo prima ma i cui tratti essenziali sono stati esaltati e le cui peculiarità sono diventate più evidenti, più nette.

Lo stato mentale che accompagna ogni partenza e le condizioni del viaggio stesso, a volte dure a volte crude, comportano l’eliminazione del superfluo, separando le condizioni dall’essenza così come il grasso dall’osso. Il risultato del processo è nuova creatura, una spremuta fatta di noi stessi, nervi e cuore.

Inevitabilmente, in questa nuova dimensione, i luoghi risulteranno variabili relative. Certo, non si accede a questo status se non si vive intensamente nel presente, se non si nuota nella quotidianità dei posti, se non si è costantemente coscienti del proprio andare. Tuttavia i luoghi ed i contesti di questa trasformazione interiore, risulteranno relegati ad un ruolo funzionale, scenari davanti ai quali vivere il più nobile, metafisico, intimo e laicamente spirituale, viaggio dentro noi stessi.

Andare a fondo di questo viaggio è un super trip, una discesa dantesca verso l’essere ultimo che siamo davvero.

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A pensarci bene non avremmo più bisogno di viaggiare per conoscere, per vedere come sono i posti lontani, per sapere come vive l’uomo dall’altra parte del mondo. Non ne avremmo bisogno, nel 2015, basterebbe navigare su internet. Il fatto è che non viviamo più nel medioevo e nemmeno più nell’ottocento. Non ci servono più gli esploratori. Migliaia di documentari ci hanno già descritto com’è il Sahara e come vive l’ultima popolazione indigena dell’Amazzonia. Il reportage di viaggio è morto da tempo come tutta la stampa turistica e forse non è nemmeno un male.

Il punto è che non viaggiamo per esplorare o per scoprire nuove terre, almeno non solo. E ciò che muove  l’uomo a lasciare la propria casa ed andare lontano non è nemmeno la curiosità di sapere cosa c’è dietro l’angolo, in fondo alla via o dietro la montagna. Almeno non solo. In fondo alla spinta verso l’altrove, verso l’orizzonte oltre il mare, c’è un il puro desiderio di conoscere se stessi, una tensione innata verso la ricerca della propria consapevolezza. Sublimiamo questa spinta rendendola fisica e mettendoci in viaggio, ma in realtà, il periplo compiuto è quello intorno alla nostra scrivania, intorno alla nostra anima.

Vincere la paura di partire, abbandonare le certezze, affrontare la solitudine, superare le difficoltà del viaggio, disperarsi perché persi per poi ritrovare la via e se stessi, sono le tappe di un cammino sempre uguale e, tutte le volte, sempre diverso, mille volte scritto sulle pagine di mille libri, nella vita di tutti noi.

Viaggiamo perché il viaggio, in fondo, è la più grande metafora della vita.

A me piace raccontarlo. Saperlo fare bene è difficile come saper vivere bene la vita stessa.

Pietro Lamprati

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