*di Pietro Lamprati*
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Arrivo ad Axum dopo una mattinata di ritardi aerei che mi hanno svegliato all’alba per poi lasciarmi a ciondolare ore tra i negozi impolverati dell’aeroporto di Gondar. Entro in città arrivando senza accorgermene al parco dei famosi obelischi. Imponenti, altissimi e massicci, li guardo stringendo gli occhi al sole verticale di mezzodì e quasi non mi accorgo di un grande cartellone sul lato opposto: “Italian and Ethiopian people’s will be friendship forever.” Ho l’impressione sia la frase scritta da un bambino delle elementari per celebrare il primo anno di lezioni d’inglese in onore di qualche lontano amico italiano. Poi ricordo….. l’obelisco Axumita!! Glielo abbiamo riportato dopo più di 70 anni, da Roma!!! Mi confermano che da poco è stato rimesso in piedi da un’impresa italiana (la Lattanzi) in collaborazione con un’impresa locale. La storia è interessante. Nel 1937 Mussolini spedisce in Italia questa enorme stele come trofeo di guerra insieme ad al Leone di Giuda e a tanti altri. Nel 1956 ricompare nei trattati di pace ma da Roma non si muove. L’azione diplomatica Etiope si fa più pressante dopo il regime del DERG finito di 1991, finché nel luglio del 2002, il Consiglio dei Ministri conferma la volontà dell’Italia di restituire il maltolto finanziando la prima parte del lavoro di smontaggio. I lavori si concludono nel 2008 con un bel saldo di 7 milioni di €. Entro nel parco delle steli per vedere più da vicino questo oggetto del contendere. In effetti è altissimo, non lo avevo mai visto quando stava a Roma. La storia dice che prima della trasferta italica giacesse a terra in pezzi. Si pensa rappresentasse una lapide o qualcosa del genere: sotto o nelle immediate vicinanze si aprono i passaggi che portano alle tombe dei re Axumiti. Ma in realtà tutta l’area è ricchissima di reperti: si stima che sia stato scoperto solo il 2% di tutto il patrimonio che ancora giace sottoterra. Non ci sono soldi e tutto resta dov’è (o quasi). Mi avvicinano un paio di ragazzini  mostrandomi il prezioso contenuto che portano in mano: due monete. Sono axumite del 4 secolo d.c. (come scoprirò in seguito), come quelle conservate nel museo archeologico qui accanto. I contadini trovano monete come queste coltivando le terre dei dintorni!! Sapevo di questa storia e inizio una estenuante contrattazione che si concluderà qualche ora dopo, di fronte alla chiesa dell’Arca dell’Alleanza:  i mercanti nel tempio!!

Passo la giornata negli altri luoghi d’interesse che la mia lonely planet romanza: le varie chiese del complesso dell’Arca, il museo delle corone ricco di incredibile reperti ammassati senza grande cura in opache vetrinette. Il custode sfoglia senza capire un libro in pelle di pecora dell’anno mille! Gli sorrido decidendo che per oggi di storia antica e recente non ne voglio più sapere.

La cosiddetta città vecchia di Axum è un piccolo reticolo di strade di terra sconnesse, i bambini salutano, rimproverati dai vecchi che non amano fare la parte degli indigeni da fotografare come zebre (bravi!). Al centro si apre una piazza dominata da un enorme albero ombroso. Qui si radunano le persone a chiaccherare, a pregare e, come scopro, ad incontrare gli stranieri. E’ difficile stare da soli in Etiopia, direi impossibile. Più che richieste di soldi o altro, è una ingennua curiosità a spinge re soprattutto i bambini a fermare i turisti per la strada. Cado volentieri nel loro accerchiamento e vengo trascinato a casa di Annette, una bambina di 11 anni. Vuole studiare e diventare oculista, mi mostra le pagelle con il suo buon rendimento. In casa non c’è nulla se non pochissimi oggetti malmessi. Prendo il caffè, con la madre, in questa baracca dai muri di terra,e coperta di lamiere mentre la figlia mi racconta la loro storia. Il caffè è buono anche se  molto rischioso per il mio stomaco. Mi dico che non può andarmi male. Ma le parole si asciugano in bocca quando parli con chi non ha niente e le distanze troppo ampie non si colmano in un’ora, ci va tempo. Me ne esco con un piccolo oggetto di artigianato e mille pensieri pesanti nella testa.

E’ ormai buio, cammino per la strada verso il mio hotel che so essere sulla collina oltre gli obelischi. Accompagnato dagli immancabili bambini, mi compare davanti un albero di natale. Mi avvicino meglio e scopro che è il mio Obelisco Roma illuminato come una fontana musicale: luci cangianti rosso, giallo, blu. Tutti’intono il buio, compresi gli altri obelischi. Nei sette milioni di euro ci sarà stata sicuramente una voce di spesa per includere il magnifico lavoro di un “light designer” che ha trasformato il monolite in un cubo da discoteca all’aperto. Complimenti!

Mi guardo intorno, e mi chiedo a quanti Axumiti freghi qualcosa di questa stele in più. La restituzione di un bottino di guerra è sicuramente un nobile gesto, forse tardivo, a riparazione di un orgoglio nazionale ferito…..ma questa parole mi rimbalzano vuote in testa. Chi davvero ha avuto riparazione da questo gesto? Qualche governante, forse, arricchito dalla commessa finanziata UNESCO. Osservo la carnevalata italiana nel buio dell’Africa e mi chiedo quante cose si sarebbero potute fare con tutti i quei soldi, in questa terra dove lo stipendio medio è di centocinquanta euro al mese.

Mi chiedo che cosa  se ne farà Annette della nuova “Stele Roma” illuminata come la FNAC a Natale? Vuole diventare oculista. Forse per permettere ai cittadini di Axum di riconoscere, anche da lontano, questo inutile monumento al perdono.

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