Siamo fermi in mezzo alla foresta del Parco Nazionale di Lope, in Gabon. Abbiamo spaccato uno dei perni delle balestre ed ora aspettiamo un meccanico di una locale impresa che ci aiuti a sostituire i pezzi rotti. Abbiamo 48 ore per percorrere tutta la pista che va a Franceville per entrare in Congo. Oggi e’ il 10, I visti scadono il 12 e ci sono più di 700 km di sterrato fino al confine.
Siamo visibilmente in ritardo con la tabella di marcia, ma qualcuno di noi ancora fa fatica ad ammetterlo. Il problema principale di una spedizione come questa e’ la gestione dei partecipanti, dei loro umori, del loro stato mentale.


La fatica fisica e’ relativa, come la fame e la sete. Tutto il successo di un viaggio sta dentro di noi: ogniuno ha la propria soglia di sopportazione e di resistenza mentale alle difficoltà. il viaggio diventa lungo e pesante, i luoghi si fanno man mano più inospitali, remoti, lontani dai riferimenti mentali che ci danno inconscia sicurezza. Man mano, chi non e’ abituato cede, chi di solito si muove in indipendenza perde lo stato di volo e si chiude sopraffatto dai problemi.
Il viaggio porta in se un senso di verità: scopre le persone, le pone nude di fronte a se stesse, ai propri limiti e alle proprie piccolezza. Non c’è nulla da fare, inesorabilmente, la linea di confine dello spessore di ogniuno si avvicina, mentre quella di arrivo si allontana.
Inseguire trafelati il traguardo vuol dire shiantarsi. Prima di riparare i mezzi di trasporto bisogna guardare un po’ nel bagaglio profondo del proprio essere: fermarsi, studiare la cartina da lontano e ricordarsi che in fondo la destinazione finale sta oltre il proprio arrivo.