da internazionale.it

**Florence Beaugé, Le Monde, Francia**

Le riforme economiche cominciano a produrre qualche effetto. Molte persone aprono attività private, soprattutto legate al turismo. Ma nelle campagne non è cambiato nulla.

Mercedes ha trovato la soluzione per evitare di scendere due piani di scale del suo palazzo decrepito. Ogni volta che suonano al citofono, appende le chiavi a una corda e le cala dalla finestra. Calle Consolado, nel quartiere di Centro Habana, sembra la scenografia di un film. Centro Habana non è bello come L’Avana vecchia, tutta restaurata, né come le zone residenziali di Vedado o Miramar. Si tratta di un quartiere popolare abitato da neri e meticci, che mostra uno spaccato di vita della società cubana e dei cambiamenti che stanno avvenendo nell’isola negli ultimi tempi.

“Compro oro, compro oro”, si sente gridare tutte le mattine, tra il canto del gallo e le urla dei bambini. Oppure: “Galletas y mantequilla” (biscotti e burro). Su biciclette trasformate in veicoli a tre ruote i venditori ambulanti offrono i loro prodotti agli abitanti del quartiere. Una donna arriva di corsa per vendere un orecchino: “Ho perso l’altro. Tanto vale sbarazzarmene”. A due passi da una Plymouth degli anni cinquanta, una donna anziana vende pacchetti di patatine e di popcorn che prepara e imbusta a casa sua, e poi li sistema in un carrello della spesa arrugginito.

Tutti questi venditori sono cuentapropistas, cioè commercianti autorizzati. Dall’ottobre del 2010 il governo cubano ha incentivato i lavoratori a mettersi in proprio. Infatti lo stato non ha più i mezzi per dare lavoro al 90 per cento della popolazione, come ha fatto fino a ieri. Entro il 2015 si perderanno più di un milione di posti di lavoro (un quarto del totale) del settore pubblico. Circa 130mila persone sono state licenziate nel 2011 e altre 170mila dovrebbero essere mandate a casa quest’anno.

Mercedes non è stata licenziata. L’anno scorso ha scelto di lasciare il suo lavoro di bibliotecaria per lanciarsi nel turismo, ha aperto una casa particular, una sorta di bed and breakfast. In un solo giorno la ragazza riesce a incassare quello che prima guadagnava in un mese. Fra i 181 mestieri privati autorizzati da Raúl Castro, quello di albergatore è il più richiesto, perché permette di guadagnare bene e in fretta. All’Avana e in tutta l’isola si assiste a un’esplosione di casas particulares. Tollerato come un male necessario negli anni novanta, nel momento del “periodo speciale” quando l’isola era in ginocchio dopo il crollo dell’Unione Sovietica, oggi invece questa forma di turismo è incoraggiata.

Apertura
Di anno in anno il numero di turisti a Cuba è sempre più alto. Nel 2011 l’isola ha ricevuto 2,7 milioni di visitatori stranieri, che hanno portato nelle casse del paese due miliardi di dollari. Gli alberghi ormai non bastano più. Ma le regole del gioco sono cambiate, ormai non si affitta più illegalmente una stanza. Oggi bisogna avere una licenza, pagare una tassa fissa mensile e delle imposte a fine anno. Una rivoluzione per un popolo che non è abituato a pagare le tasse. Altra novità: non si è più obbligati a essere “socialmente attivi nei confronti del paese e della rivoluzione” per ottenere una licenza. In altre parole non è più necessario dimostrare il proprio attaccamento al Partito comunista, anche se il controllo politico e sociale rimane molto forte.

Mercedes non rimpiange di essersi lanciata in questa avventura, ma il suo lavoro è pesante. Passa le giornate a fare i conti e a sistemare il libro di cassa. “Nel complesso la nostra vita è migliorata dopo ‘l’apertura’. Ma la mancanza di denaro rimane una costante che ci sfinisce”, confessa la ragazza. Con il suo piccolo stipendio, Mercedes mantiene la madre, la figlia e la nipote. Quando arrivano troppi turisti, la ragazza chiede aiuto alla vicina. In cambio di pochi centesimi Dolores trova una casa particular disponibile e ci porta i turisti. Si tratta di un piccolo lavoro, ma Dolores non ha trovato niente di meglio.

Come quasi tutti i pensionati cubani, Caridad, 75 anni, ha una pensione molto bassa, l’equivalente di dieci dollari al mese. Negli ultimi anni per sbarcare il lunario vendeva illegalmente del rum. Ma sei mesi fa si è detta: “A Cuba tutti guadagnano un sacco di soldi con il turismo. Perché non posso farlo anch’io?”. Così Caridad ha trasformato la sua camera da letto in stanza per gli ospiti e si è trasferita in uno sgabuzzino. Ma nonostante la sua gentilezza, questa pensionata non conosce le regole del gioco. Il suo appartamento non ha finestre e il suo cane non sempre è apprezzato dai clienti. “Da me i turisti non rimangono mai più di una notte. Non capisco perché”, dice ingenuamente Caridad, seduta sulla sua sedia a dondolo con i bigodini in testa.

Per il momento perde più denaro di quanto ne guadagni, perché deve pagare la tassa mensile, che è piuttosto alta. Se la visita del papa a fine marzo non le porterà qualche turista, la donna ha deciso che lascerà perdere. “Mi riciclerò nella vendita di panini farciti con carne di maiale”, dice rassegnata.

In un’altra zona dell’Avana, in un settore residenziale di Vedado, Sergio Rafael Marin, 51 anni, ha capito al volo le regole del capitalismo. “Ho percepito il cambiamento fin dal 2009”. Così poco più di un anno fa questo ex chef di un grande albergo dell’Avana ha aperto due ristoranti, La Pachanga, un fast food nel suo garage, estremamente pulito e con buoni prodotti, e l’altro nel suo salotto, sull’esempio dei paladares, i ristoranti privati, autorizzati con moderazione dal regime verso la metà degli anni novanta. Marin ha curato il menù e l’arredo, molto intimo.

Il successo è stato immediato. L’ex chef è esigente con il personale quanto lo è con se stesso. “Li pago bene, ma se lavorano male li licenzio”, dice senza giri di parole. Anche se non gli piace, come a molti cubani, utilizzare il termine “capitalismo”, ammette che il paese “è a una svolta. Per noi si tratta di una novità. Il trauma è forte, ma il paese risponde bene”. Ogni sabato mattina il paseo del Prado, celebre viale dell’Avana, ospita uno spettacolo originale. Circa duecento persone si riuniscono con un cartello in mano, mentre gli alberi si coprono di annunci simili a ex voto. Si tratta della “borsa delle case”. Finora era autorizzata solo la permuta. Ma dal novembre del 2011 i cubani possono comprare e vendere la loro abitazione o la macchina. La notizia è stata accolta con entusiasmo, ma il mercato non è ancora decollato. I primi beneficiari di questa misura sono i 40mila cubani che lasciano l’isola ogni anno. D’ora in poi potranno vendere la loro casa o lasciarla alla famiglia prima di andarsene.

Otto mesi fa Marieta, 28 anni, parrucchiera, ha aperto un piccolo negozio nel cortile del suo palazzo. La ragazza lava i capelli con l’acqua fredda e come bigodini usa i cilindri di cartone della carta igienica. Se non dovesse fare i conti con la mancanza di attrezzature, sarebbe contenta. “Da quando lavoro per conto mio guadagno dieci volte di più. Lo stato ha smesso di fare soldi sulle mie spalle”, esclama la ragazza. Tuttavia Marieta, come la stragrande maggioranza dei cubani, sogna di emigrare. “Qui non c’è futuro”, dice la ragazza indicando la figlia di tre anni.

Gladys non è entusiasta delle riforme. È infermiera e guadagna quindici dollari al mese. “Il lavoro mi piace, ma il mio stipendio è una vergogna”, dice. Gladys non può passare al settore privato. Come l’insegnamento, anche la sanità rimane sotto il controllo dello stato. Per guadagnare degli extra, dovrebbe improvvisarsi venditrice di cd e dvd piratati o cameriera, ma non vuole. “Non ho studiato tanti anni per ridurmi a questo”, dice. La donna sa che la libreta, i tagliandi che garantiscono una quota di prodotti alimentari minimi a tutti i cubani, rischia di essere soppressa. La libreta è una forma di assistenza di base. Ogni mese il governo fornisce olio, zucchero, caffè, riso e uova, in quantità limitata. Per tutto il resto c’è l’arte di arrangiarsi, il secondo o il triplo lavoro, il furto di merci nei posti di lavoro.

Da questo punto di vista la situazione non è cambiata. Ossessiva ed estenuante, questa corsa al denaro è senza fine, perché nell’isola il costo della vita è alto. Il motivo è semplice, il paese importa il 70 per cento dei prodotti alimentari. L’obiettivo di Raúl Castro è quello di dare un nuovo impulso all’agricoltura. Ma l’80 per cento dei cubani vive in città. Per farli tornare in campagna negli ultimi anni sono stati messi in campo degli incentivi. Così 1,4 milioni di ettari abbandonati sono stati distribuiti a circa 150mila contadini. Ma i risultati di questa politica porteranno frutti tra molto tempo.

Prendere il meglio
Viñales è una cittadina di seimila abitanti a duecento chilometri dall’Avana. Qui tutti vivono di turismo, anche se la città è circondata da terre tra le più fertili dell’isola, quelle del prezioso tabacco. Ma sono in pochi a fare gli agricoltori. Con le sue case basse color pastello, i portici ornati di colonne neo­greche e i tetti rossi, Viñales attira sempre più visitatori. Ci sono almeno 500 casas particulares, rispetto alle 300 dell’anno scorso, mentre il numero di bar e ristoranti si moltiplica ogni mese.

Invece di mettere i loro risparmi sotto il materasso, la maggior parte dei cuentapropistas di Viñales li deposita in banca. Il tasso d’interesse è al 3 per cento, piuttosto basso visto che l’inflazione oscilla fra il 3 e il 5 per cento (ufficialmente sarebbe all’1 per cento). Da dicembre i cubani possono chiedere un prestito, ma molti esitano a fare questo passo. “Non mi piace l’idea di avere dei debiti, non è nelle nostre abitudini”, dice una ristoratrice.

A tre chilometri da Viñales si entra in un altro mondo. Il denaro del turismo non arriva fin qui. I contadini vivono in un regime autarchico. I più fortunati consumano i loro prodotti (riso, fagioli, verdura, frutta), mentre i più poveri sopravvivono con la libreta. Molti non conoscono nulla dell’isola e non sono mai andati all’Avana. I mezzi di trasporto sono pochi e molto cari. Elena e Mario non ne possono più di scontrarsi con la burocrazia: non hanno elettricità. Da diversi anni i pannelli solari installati sui tetti non funzionano più. Così come i loro vicini devono cucinare con il carbone e non hanno il frigo.

“Se avessimo l’elettricità, saremmo felici”, dice Elena. Nel fine settimana, a Viñales i giovani si ritrovano in piazza. Sono tutti vestiti nello stesso modo: magliette e jeans neri. Sognano di andarsene, ma l’atmosfera è allegra. “Ce la faremo. Cuba ce l’ha sempre fatta”, dice Ricardo Álvarez Pérez, funzionario comunale. Per lui il futuro non è “né il socialismo né il capitalismo”. Bisognerà fare “un misto e prendere il meglio dell’uno e dell’altro, non importa come si chiamerà”.

Traduzione di Andrea De Ritis.

Internazionale, numero 941, 23 marzo 2012