L’ultima volta che ho sentito parlare portoghese avevo passato da poco la frontiera tra Congo ed Algola. Dalla foresta scendevo verso l’oceano lungo una strada polverosa e soleggiata. Dopo migliaia di kilometri il panorama finalmente si apriva, la temperatura scendeva mentre la gente ci salutava lungo le piste: “Bom dia! Bom dia!”, le braccia alzate, i visi sorridenti. Riemergevo.
Dopo due settimane di Congo Kinshasa era come uscire dalla foresta dantesca, finalmente, il mare, l’aria fresca, in una sensazione mista di libertà e di ritorno a casa. Conservo di quel giorno un ricordo netto, nitido che ha come sottofondo una lingua suadente, morbida e densa, parlata da gente accogliente e solare.
Ritorno ora in terra di colonia portoghese, a Rio, dopo esattamente due anni, ritorna quella parlata al tempo stesso familiare ed incomprensibile. Ricordo che all’epoca, incantato dal portoghese in salsa angolana, avevo pensato, una volta tornato, di iniziare a studiarlo. “Devo assolutamente imparare questa lingua affascinante” mi ero detto. Ma una volta a casa ho avuto un po’ di cose da fare, tipo conoscere finalmente mio figlio di otto anni. E così l’approfondimento sulla cultura lusitana è passato in secondo piano.
Mi perdonerete quindi, carissimi carioca, se in questo viaggio vi dovrò parlare in inglese e se tenterò di farmi capire in spagnolo. Vi prometto che presto imparerò la vistra lingua, almeno i ridimenti.
E lo farò partendo da quelle due parole associate ai grandi sorrisi, a quei volti nerissimi dai denti bianchissimi che, ospitali, mi hanno accolto quel giorno dicendomi “Bom dia!”

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