Stavo pensando che il viaggio ha in se un senso ultimo di giustizia. Punisce se si arriva spavaldi in un posto nuovo e contraddice con ironia i pregiudizi con cui si arriva a destinazione.
“Bamako non ha nulla da offrire”, avevo detto a Pier nel podcast, ricopiando il giudizio di Lonley Planet.
Usciamo dalla città e mi ritrovo a pensare dopo 24 ore che anche se povera, incasinata ed inquinatissima come tutte le capitali d’Africa, questa citta’ mi lascia un bel ricordo di grandi persone che fanno belle cose. Abbiamo fatto visita ad una scuola per audiolesi: un allenatore anch’esso sordomuto ci ha fatto vedere come comunica teorie di prevenzione AIDS attraverso il calcio. A parte le scene comiche di traduzione franco-Italo-spagnolo nel linguaggio dei segni, e’ stato un pomeriggio che ricorderò. Ci hanno descritto tutte le attività mentre pian piano tutta la cuminita’ legata alla scuola si radunava per noi. E’ stato difficile andare via, ci hanno salutato e ringraziato a lungo, sorrisi che dicono più di tante parole e che lasciano mille pensieri, mille domande.
Esco pieno, la mia immeritata parte di traduttore e di intervistatore non ha lasciato troppo tempo alle emozioni. Dal finestrino la città scorre, con la sua miseria, ed il suo traffico strombazzante, mentre non tengo testa ai pensieri. Compro l’acqua fresca che i bambini vendono in sacchetti di plastica a 50 cfa e mi sento più piccolo di loro.
Ed io che dicevo che Bamako non ha nulla da offrire. Forse sono io che ho poco da offrire a lei.
Come al casino’ lascio l’azzardata puntata sul tavolo verde: il banco ha vinto, il viaggio ritira tutto.