Tutti i sistemi metafisici e le cosmogonie spirituali di ogni epoca affermano più o meno le stesse verità: l’essenza ultima dell’uomo è una sostanza immateriale chiamata anima la quale, a causa di una repentina discesa nel mondo fisico, si trova rinchiusa in un corpo, separata dal proprio principio generatore. Dalla notte dei tempi l’essere umano vive quindi una condizione di prigionia in un ambiente che fa della materialità l’unica realtà condivisa. Ne consegue un mondo illusorio e fallace.

Nosce te ipsum (conosci te stesso) ripetevano i filosofi greci,  invitando l’uomo a riappropriarsi della sua vera essenza attraverso un percorso di autocoscienza. Non solo loro: mistici di ogni epoca e di ogni tradizione religiosa hanno sviluppato tecniche introspettive per fare in modo che lo spirito, perso nei piani inferiori della materia, potesse, con sincero e devoto impegno, riallacciarsi al principio cosmico generatore e ritrovare quindi piena e originaria illuminazione.

Ne deduciamo quindi che, secondo la media ponderata della mistica e della filosofia di ogni tempo, il percorso dell’anima è in fondo un vero e proprio viaggio.

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Se quindi il più alto e nobile vivere dell’uomo dovrebbe coincidere con il viaggio dello spirito verso il senso ultimo del proprio essere, che cosa succede all’anima quando il corpo sta viaggiando?

Innanzi tutto la condizione di viaggio possiede implicitamente un certo grado di sospensione della realtà: lontano dal proprio contesto quotidiano ci si sente generalmente più liberi dalle consuetudini rendendo l’andare più “leggero”. Questa levitazione comporta una diminuzione dell’attenzione verso la ricerca del consenso sociale determinando di conseguenza una maggiore libertà della mente. Così come attraversando nuove direzioni geografiche il corpo può godere di maggiori margini di movimento, così anche la mente si ritrova capace di sequenze di pensieri più consapevoli, ispirati da nuovi e più estesi orizzonti.

Questa maggiore capacità mentale, svincolata dalle barriere della consuetudine, può essere maggiormente concentrata e modulata lungo un continuum più ampio che va dal qui ed ora fino ai massimi sistemi, regalandoci un livello consapevolezza più elevato. “Il vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi”, recita un famoso adagio. Questo spiega il perché, una volta rientrati da un lungo peregrinare, ci sentiamo “nuovi”. Sono i primi passi sui gradini di una lunga scala.

Cosa succede all’anima durante un viaggio?

Come dicevamo, secondo i nostri mistici, quest’ultima, in un normale stato di coscienza, è prigioniera del mondo materiale, ingabbiata in un corpo fisico e compressa dalla nostra mente aristotelica. Se lo stato diventa di viaggio e quest’ultimo risulta particolarmente intenso, può succedere che la mente, trascinata dagli susseguirsi di eventi erroneamente definiti “casuali”, debba interrompere il consueto flusso logico ritrovandosi magicamente sospesa dalla realtà.

Come funziona? Non serve grande attenzione, solo un po’ di disponibile ricettività: basta un incontro inaspettato o la precisione con cui, dall’altra parte del mondo, la parola di uno sconosciuto ci ha colpito particolarmente per fare in modo che apparenti coincidenze risultino talmente potenti da lasciarci senza parole. Non vi è mai successo che lontano anni luce da casa, in un’oscuro vicolo di una capitale straniera, da chissà dove una radio suonasse la vostra canzone regalandovi un momento di magica casualità?

Ma in una cosmogonia che si rispetti le casualità non esistono o meglio non sono casuali: sono i primi elementi capaci di elevare la condizione di viaggio dal livello fisico a quello mistico.

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“Sembrava che la strada parlasse e lo facesse solo per me.” L. Pratt

In  definitiva, spostando il corpo, l’anima vive un viaggio di natura metafisica: mentre la mente tace impotente, trascinata dal flusso degli eventi, lo spirito ritrova spazio verso piani più elevati.

Meno attenzione porremo circa la direzione del nostro errare, più la mente si ritroverà incantata della magia dei chilometri. Più l’intelletto sarà rapito dal fluire della strada, più l’anima potrà spandersi percependo dimensioni oltre la realtà.

Questa, a pensarci bene, non è altro che la ragione ultima di ogni partenza: perché mai l’uomo continuerebbe ad andare di qua e di la quando oramai ogni angolo remoto del pianeta è stato raggiunto e raccontato?

Così come, secondo le tesi antroposofiche, dopo Platone ci si è dimenticati dell’esistenza dei piani spirituali superiori, allo stesso modo noi moderni viaggiatori ci sono scordati il perché del nostro andare: ritrovare quel profumo di illuminazione che nel quotidiano ci sfugge e che inconsciamente il viaggio restituisce.