Il Brasile è spesso associato alle sue bellissime donne, frutto prelibato dell’infinita macedonia di popoli che per secoli e da tutto il mondo, sono arrivati qui in cerca di un futuro migliore. Pensando ad un viaggio da queste parti in compagnia di mio figlio, ero molto curioso di vedere come il mio nano adolescente avrebbe colto tale peculiarità del paese. Ha dodici anni e tutti noi maschi siamo passati attraverso questa determinante fase della vita in cui, repentinamente, senza averne piena coscienza, le femmine sono passate da indifferenti esseri asessuati ad interessantissime creature magiche, dotate di misterioso fascino.

E la femmina brasiliana, oltre a possedere una notevole bellezza esotica, è capace di un umore costantemente allegro che la rende ancora più piacevole, contribuendo così ad accrescerne il mito di cui è oggetto.

Dopo due giorni di peripezie in giro per Rio, sebbene martellato dai miei instancabili pipponi culturali, mio figlio Federico non ha potuto non notare questo affascinante aspetto della nostra meta.

“Papà, posso dirti una cosa?”

“Vuoi andare al mare?”

“No no (ride), stavo pensando che le Brasiliane sono molto belle, non trovi?”

“Eh, beh, si, le Brasiliane sono molto belle. Sai, è il frutto di secoli di mix tra europeri, asiatici, americani e nativi. Il Brasile è un paese composto in gran parte dai discendenti delle migliaia di immigrati che da secoli popolano tutto il continente…”

“Ah…”

Non sembra troppo soddisfatto della mia spiegazione sociologica. Per fortuna nel suo cervello la questione “femmine” non è totalmente definita, anche se so che tra poco l’argomento avrà sfumature molto meno vaghe.

Per adesso, preparandoci per la cena di rappresentanza con i miei corrispondenti Brasiliani, ci limitiamo a lunghissime discussioni circa le notevoli “tette” delle sue compagne di classe. Con aria molto più curiosa di quella che monta durante le mie lezioni, mi racconta che sembrano come il doppio monte del Pan di Zucchero: grandi, belle e sinuose.

Sorrido pensando un milione di cose tutte insieme. “Mettiti i pantaloni lunghi, macho, che stasera andiamo ad una cena di lavoro.”

“Ok!”

La churrascaria, non immaginavo, è una avventura inaspettata per un ragazzino. Ogni due minuti passa un cameriere con un lunghissimo spadone su cui sono crocifissi differenti tagli di carne appartenenti a mille animali diversi. Per evitare di dover sempre rispondere di no al solerte spadaccino, ogni avventore è dotato di un cartoncino che funge da semaforo: da un lato è verde, via libera, “portami tutto quello che vuoi”, dall’altra è rosso, “basta, abbi pietà, non ce la faccio più!”. Questa cosa del semaforo, una volta ritornati a casa, l’ha raccontata a tutto il mondo a riprova del fatto che il più delle volte gli adulti non possono immaginare quali esperienze, seppur piccole, colpiranno la memoria di un ragazzino in viaggio. 

“Che fate stasera?”, mi chiedono i brasiliani, contenti di esaudire i desideri di questa strana coppia di “agenti di viaggio” in missione.

“Pensavo di andare al Plataforma. I clienti mi chiedono spesso una spettacolo di samba. Questo non l’ho mai visto.”

In realtà so che il posto è un pò kitsh, ma non posso mica portare Federico in un vero locale notturno, ha sempre dodici anni!

Un paio di telefonate ed è tutto organizzato, Rodrigo, il mio uomo a Rio, ci accompagna con la sua nuova fiammantissima fidanzata.

Ed è così che mi ritrovo seduto al Plataforma. Dopo trenta secondi ho capito che il mio intuito aveva ragione: non è solo un po kitsh, il Plataforma è un esempio superlativo di pacchianeria turistica tropicale anni ottanta. In un tripudio nani e ballerine, al ritmo di samba carnevalesca, qualche centinaia di attempati vacanzieri ammirano entusiasti, le decine di culi che si agitano sotto strati colorati di piume e lustrini.

Federico è contentissimo e mi rimprovera il mio disfattismo snob: “Smettila di dire che è una truzzata. Papà, è bellissimo, dai divertiti! Hai visto quella?”

In effetti ha ragione lui. “Quella là” è notevolissima!

Il locale, al netto del mio inutile snobbismo è oramai molto logoro, le coreografie consumare, le piume ed i lustrini stropicciati danno l’idea di aver vissuto epoche migliori, anni in cui il Plataforma era lo spettacolo più bello della città, un posto destinato non solo alle comitive di turisti ma soprattutto ai benestanti carioca che qui venivano a fare i loro “trenini”.

Ed infatti dopo un’oretta, immancabile, arriva il temuto trenino. Dietro sculettanti ballerine mulatte, uno dietro l’altro, si accodano decine di pallidi anzianotti caucasici, contenti come ragazzini in gita. Seguono a ruota, le rispettive anzianotte la cui veneranda età le rende meno gelose e più complici dei mariti arrapati.

Tento di rifiutare l’invito ma non vorrei peccare di snobbismo, quindi, come se fossimo a Cortina durante il veglione di capodanno, ci ritroviamo in coda al torpedone, aggrappati ad un nonno americano, a cantare a squarciagola “Meu ammigo Charlie, Charlie Brown…”. Mi sento parte di un film dei Vanzina.

Rassegnato al vortice pacchiano della “serata tipica”, mi abbandono senza più vergogna ai riti che il momento impone: mi faccio rapinare dal cameriere per un paio di drink mentre una fotografa mi scuce cento reais per la foto ricordo.

Federico è contentissimo ha passato la serata in catalessi con la bocca aperta e gli occhi fissi sulle poco coperte ballerine che a più riprese sembravano esibirsi ad uso esclusivo del pubblico maschile. Con aria d’intesa mi sorride come a dire: “non lo dici più che è un posto truzzo, eh?”

Segue la Capoeira con maschi ben torniti che, a petto nudo, saltano come cavallette per gli occhi deliziati delle donne in sala, poi un finto Carnevale Bahiano, un poco di Condomblè (la religione sincretica portata dagli schiavi africani), gli idios dell’amazzonia ed i gauchos del sud. Insomma non manca proprio nulla a questo grande riassunto della cultura popolare Brasiliana.

E così dopo mille applausi, qualche bis, samba, paillettes e trenini, guadagniamo a fatica l’uscita. Una ballerina con mille piume in testa mi sorride, mi saluta e mi porge l’acquisto fotografico di cui mi ero scordato.

Guardo senza più remore il gadget più pacchiano dei miei ultimi anni di viaggio: un piattino di plastica che inquadrerà per sempre questo momento storico, un tassello tropicale destinato a comporre la bizzarra evoluzione del quadro della mia vita di padre e della sua vita di figlio.

“Fede, guarda che bel ricordino che abbiamo tirato su!”

Ridiamo come non ci fosse un domani.

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