E finalmente Rio.

L’ultima volta è stato un paio di anni fa, invitato da TAM la compagnia di bandiera Brasiliana (o quello che rimane della la sua erede). Ero in arrivo da Manaus, estremo nordovest, dopo un tour massacrante di otto giorni. Una corsa assurda su e giù per il paese per poi arrivare alla “cidade maravilhosa” per l’ultima cena di gala, la festa al Rio Scenarium (noto locale del centro della città), tutti sbronzi, cento agenti di viaggio da mezzo mondo, al ritmo di trenini di samba e caipirinhas.

Questa volta sono qui con mio figlio, quindi niente trenini se non in scala.

Quindi, che fare a Rio con un dodicenne?

Alcune tappe della città sono assolutamente imprescindibili, sia nel caso in cui siate qui con quattro amici per un addio al celibato, sia che stiate accompagnando un nano a voi somigliate. Come recita qualsiasi guida di viaggio, due delle visite obbligatorie di Rio sono il Pan di Zucchero ed il Cristo Redentore.

A rigor di logica, a pensarci bene, così come per la Torre Eiffel a Parigi o il Big Ben a Londra, si potrebbero evitare i posti indirettamente già visti in mille foto. Ma come recitava il mio libro di sociologia del turismo, “si viaggia non solo per scoprire ma anche per confermare”.

Quindi, come pellegrini medioevali lungo il cammino di Santiago in cerca della conchiglia di San Giacomo, anche io e mio figlio, nel primo giorno di vacanza, siamo saliti al Cristo Redentore, per fare la nostra foto ricordo, insieme ad altri mille turisti da ogni dove. Il vecchio trenino di epoca imperiale, copre in una ventina di minuti i pochi chilometri verso la vetta dove, nebbia permettendo, è possibile ammirare una stupefacente vista sulla città.

Anche Dante ha avuto bisogno di una guida. Il mio Virgilio a Rio, da sempre, è Rodrigo. Non potrei arrivare in città senza avvertire “il mio uomo a all’Avana”, guida dei miei clienti e compagno di tante avventure. Ma prima che una mia guida, Rod è un amico, un caro amico, uno di quelli che che rincontro anno dopo anno e tutte le volte sembra che il tempo non sia passato: come un nastro messo in pausa, appena ritrovati, tutto ricomincia esattamente da quell’ultima volta che ci si è lasciati. Ed è insieme a lui che rifaccio per l’ennesima volta, a beneficio di mio figlio, il percorso dei “must” di Rio mentre ci aggiorniamo a vicenda sulla ultime bizzarre evoluzioni delle rispettive vite.

La seconda stazione delle sacre tappe del turismo carioca prevede il Pan di Zucchero, il doppio monte dalle morbide linee che si staglia all’ingresso della baia di Guanabara e che di fatto è l’altro simbolo della città. Come scrivo nei miei programmi di viaggio, “dalla sua vetta si può godere a trecentosessanta gradi di una vista impareggiabile, soprattutto al tramonto…”

“Papà?”

“Dimmi”

“Ma quand’è che andiamo al mare?”

Eccolo qui. Per tutto il giorno sono riuscito a contenere il bisogno spasmodico di spiaggia con dosi crescenti di stupefacenti meraviglie. La maestosità e l’immensità del panorami del Corco e del Pao, (come in gergo chiamiamo le due visite), hanno avuto il potere di distrarre mio figlio dall’irresistibile richiamo delle sirene dell’oceano. Ma ora Ulisse cede e l’istinto primordiale di un ragazzino in vacanza esige la sua soddisfazione: il mare, il bagno, nulla più.

“Beh Fede, dormiamo proprio a Copacabana, quindi possiamo andarci quando vogliamo.”

“Ok, quindi anche adesso?”

Silenzio.

Sorride, pensa di avermi fregato.

Sorrido.

“Ma ora è tardi”, rispondo con oggettivo senso pratico.

“Si ma all’ultimo piano dell’hotel c’è la piscina” controbatte il saputello.

Silenzio.

Minchia, non gli sfugge nulla. Ieri sera, in arrivo dall’aeroporto, dopo mille ore di volo ed una alimentazione da polli in batteria, ho pensato bene di fare lo splendido e concederci una luculliana cena al “roof restaurant” dell’hotel. Avevo già dormito qui, quindi sapevo del ristorante in terrazza al millesimo piano del nostro albergo.

Senza pensarci un secondo, come fossi un petroliere azero, anestetizzato dalla troppa fame, ho schiacciato l’ultimo pulsante dell’ascensore per atterrare dove l’antipasto di salmone affumicato, a cento metri da suolo, costa come venti cheesburger di Mac Donald.

“Ma si, chissenefrega. Sono a Rio con mio figlio”, ho pensato, “quindi fuoco alle polveri!”

E così dopo qualche lussuosissimo piatto di improbabili cibi esotici, evitando di fare i calcoli del cambio, ho firmato con noncuranza la ricevuta del cameriere, aggiungendo distrattamente una consumata battuta da film: “in conto sulla 1122, grazie”. Chissà se poi anche gli attori hollywoodiani e i petrolieri azeri scendendo dall’olimpo della ristorazione, si ritrovano come me, in ascensore, attanagliati dal medesimo quesito: “quanto cazzo avrò speso?”.

(Breve parentesi, la qui presente missione rappresenta un viaggio di lavoro, quindi sono sostanzialmente spesato sennò col cavolo che mi trovavo qui a fare lo splendido al roof restaurant dell’Othon Palace e a mangiare salmone affumicato norvegese!)

Quindi, dicevo, ieri sera, non ci avevo fatto troppo caso, ma oltre il tavolo di una coppia di annoiati, lui stempiato con un cocomero al posto della pancia, lei morbida e bellissima mulatta locale, si stendeva una bella piscina illuminata. Stanco morto, non ho notato l’azzurro dell’acqua trasparente ma Federico ha accuratamente registrato il dato come un computer ed ora lo pesca dalla sua memoria con perfetto tempismo: “Papà, la piscina del ristorante? all’ultimo piano?”

“Non ti sfugge nulla eh?”

Sorride.

Sorrido.

“Rodrigo, ascolta, il giro del centro storico lo facciamo domani, ora gira la macchina che dobbiamo andare a centro metri di altezza a fare tuffi a bomba in mezzo ai petrolieri: di corsa in hotel, grazie”.

E così che mi ritrovo…

To be continued

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