La frontiera Senegal-Mali è una striscia di asfalto, in mezzo alla terra rossa, intorno alla quale sostano centinaia di mezzi. Tutti fermi.  

A passo d’uomo, attraversiamo la lunga colonna immobile di tir, furgoni e furgonette, in cerca degli uffici della dogana. In realtà non sono propriamente “fermi”, sono più “accampati”: tra un mezzo e l’altro si tirano i fili per stendere e all’ombra dei rimorchi si dorme, si scalda il the e si aspetta. Insomma questi vivono qui da giorni, forse settimane, non passeremo più.

Mentre i miei compagni di viaggio combattono con l’immigrazione per far vistare i passaporti, mi ritrovo solo ad aspettare. Da un paio di settimane la temperatura è salita di molto e man mano che scendiamo verso sud, il caldo si fa sempre più pesante e soporifero. L’aria è immobile, come tutta l’atmosfera di questo confine, indolente e rassegnato.

Parcheggiata di fianco al mio moderno fuoristrada occidentale, c’è una malandata “furgonetta” africana, piccola e stanca, carica all’inverosimile. Mi chiedono da bere, sono in sei e sembrano distrutti dal caldo, dall’attesa e da un lungo viaggio. Puzzano tutti di pesce. 

Sono originari del Burkina Faso e sono andati in Gambia per comprare  la “furgoneta” con cui stanno tornando a casa. Una volta tornati vorrebbero adibirla a taxi collettivo ed iniziare così una nuova attività. Per ammortizzare il viaggio hanno pensato bene di fare un carico di pesce secco che ora, giorno dopo giorno, cuoce a trentacinque gradi sul tetto della macchina. Ecco da dove veniva l’odore.

“Avevamo i soldi giusti per le pratiche di acquisto e per rientrare in Burkina ma non sapevamo dei dazi doganali”. Quindi per passare la frontiera devono pagare.

Non hanno soldi. Rimangono qui.

Aspettano qualcuno che li aiuti da casa. Hanno telefonato. Forse. Ma sono tanti soldi. Aspettano.

Aspettano da settimane, non hanno acqua e mangiano solo pesce secco. Pesce secco tutto il giorno, tutti i giorni,  trentacinque gradi, una furgoneta ed una dogana in mezzo al nulla.

E’ Hamed che mi racconta tutta la storia, parla lento, senza espressione, come se fosse la vita di un’altro: la casa, il viaggio, la furgoneta stanca, i doganieri.

Poi tace.

Mi guarda e mi dice che vuole venire in Europa, il prima possibile a qualsiasi costo, anche a piedi, anche a nuoto se fosse necessario. Mi viene in mente Fabrizio Gatti, un giornalista che per mesi ha seguito le rotte dei migranti lungo il Sahara ed ha raccontato il loro epico viaggio in un bellissimo libro.  Gli racconto quello che so, che è pericoloso, che in tanti non ce la fanno, che non ha idea di che cosa lo aspetti, che sarà in balia di trafficanti senza scrupoli e poi c’è la traversata in mare…

Ascolta in silenzio, senza che gli occhi tradiscano il pensiero: “Lo so, sappiamo cosa succede nel deserto e poi su, in barca, fino in Italia. Ma per morire lentamente a casa mia dove non c’è futuro, preferisco rischiare di morire, tentando di raggiungere una vita migliore”.

Silenzio.

Sono senza parole. Anche lui.

Abbassa lo sguardo. Anche io.

Mi guarda le scarpe.

Io guardo le sue.

Ha ragione lui.

Rimaniamo li a guardarci le scarpe, avendo capito tutto o forse niente ma in ogni caso sapendo che non c’è nulla da dire. Le differenze, i confini, i destini e  le realtà che ci separano sono un solco in cui non c’è margine, io sto di qua, lui sta di la. Per quale cazzo di motivo non dovrebbe saltare il fosso?

Penso al loro pesce secco, ai miei integratori di decatlon, alle mie scarpe traspiranti, alle sue ciabatte. E mi sento piccolo. Molto piccolo. Piccolissimo.

Senza più parole gli lascio l’acqua. I documenti ed i visti sono a posto, devo partire.

“Grazie” mi dice.

“Prego”

“Buona fortuna”

“Anche a voi”, rispondo, anche a voi.

Solco la folla di mezzi incolonnati davanti alla sbarra della frontiera.

Io passo, loro rimangono qui,  Hamed rimane qui,  insieme a tutti gli altri,  insieme a tutta l’Africa, prigioniera della polvere di un parcheggio, per sempre costretta a decidere se morire di deserto, di mare o di pesce secco.

Pietro Lamprati, Verona, 17 Ottobre 2015

2 thoughts on “Pesce secco

  1. Ciao Pietro, ho trovato questo articolo per puro caso. Nell’approfittare per un saluto, ti dico che una cosa così toccante non la leggevo da tempo. Mi hai fatto venire la pelle d’oca. Grazie
    Un abbraccio
    Paolo
    (Sestriere, Olimpiadi di Torino 2006)

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