Sapete cos’era un freak show?

Wikipedia ci informa essere stato uno “spettacolo di esibizioni di rarità biologiche in voga negli Stati Uniti ed in Europa dal XIX secolo alla prima metà del XX secolo”. In pratica, persone affette da rare malattie o particolari deformità venivano esposte al pubblico come animali: donne barbute, bambini con sei dita, nani molto nani e giganti molto giganti venivano assoldati da compagnie ambulanti che li esibivano in giro per il mondo come bestie da circo.

104633-400x600-1Una variante molto in voga in quegli anni erano gli zoo umani:  esposti nelle gabbie, al posto di animali rari, c’erano esseri umani provenienti dai più remoti angoli della terra. Ora l’idea farebbe ribrezzo a chiunque, ma tra otto e novecento, in piena espansione coloniale, in pochi si scandalizzavano per la dubbia moralità di quegli spettacoli e per le aberranti umiliazioni di cui erano vittime africani, sudamericani asiatici ed ogni possibile essere umano dalla pelle non bianca o dai tratti somatici non europei.

Le politiche coloniali che in quegli anni vivevano un periodo di interessata popolarità, venivano giustificate con la benevola azione civilizzatrice delle potenze occidentali presso le tante popolazioni arretrate, e quindi inferiori, sparpagliate per il mondo ed oggetto delle arbitrarie annessioni da parte degli stati europei. Di conseguenza gli zoo umani venivano comunemente accettati senza complessi di natura morale, senza problemi di coscienza, un po’ come le teorie lombrosiane, accolte come tesi scientifiche, certe ed inoppugnabili.

Gli “etnozoo” venivano spesso allestiti in concomitanza con le grandi esposizioni internazionali. Nei vari Expo, che in quegli anni si susseguivano numerosi, insieme ai grandi simboli atti a celebrare il progresso come la Torre Eifell (Parigi, Expo 1889 vedi anche l’Albero della Vita di Milano, Expo 2015), veniva ricostruito un villaggio indigeno, in genere africano, dove un gruppo etnico di remote “terre selvagge” veniva esposto alla curiosità degli occidentali.

copUomini nelle gabbie, un bellissimo libro di Viviano Domenici da poco pubblicato da Il Saggiatore, racconta questa storia di umiliazione e di razzismo in un interessante saggio che ripercorre il viaggio di migliaia di persone convinte, molto spesso con l’inganno, a lasciare le proprie comunità e a viaggiare per settimane verso uno sconosciuto paese lontano al solo scopo di dare un tocco etnico alle più importanti fiere occidentali. La maggioranza di indiani, echimesi, fuegini, pigmei, canachi, ottentotti, angolani, ghanesi, senegalesi, indocinesi, thaitiani e molti altri ancora, che giungevano in europa a questo scopo, dopo poche settimane morivano di comuni malattie sconosciute ai loro anticorpi che non erano abituati a combattere contro i virus europei. I sopravvissuti passavano mesi di continue umiliazioni in centinaia di spettacoli ed esposizioni oltremisura avvilenti .

Insomma una storia tristissima di abissale amoralità collettiva di cui si è persa memoria.

Ma nella voragine infernale del circo degli orrori raccontato magistralmente da Domenici, ho scovato un esempio di rivalsa, una ironica vendetta che da una parte fa onore a chi per decenni ha subito e dall’altra umilia chi, con ipocrita moralità, ha offeso.

Nel maggio del 1884 si stava organizzando l’Esposizione Generale Italiana di Torino, un grande evento con lo scopo di riaffermare la centralità della ex capitale nel panorama produttivo nazionale. Si voleva un progetto grandioso con imponenti architetture che rappresentassero le meraviglie della tecnica e del progresso: la torre ascensore, il “pallone frenato” (poi distrutto da un fulmine), la funicolare a cremagliera, un borgo medioevale attentamente ricostruito in tutti i suoi dettagli ed ancora oggi ben conservato. Sulla riva sinistra del Po, proprio accanto quest’ultimo capolavoro di finzione storica, trovava posto “un autentico villaggio africano”. Ribattezzato La Baia di Assab,  avrebbe dovuto richiamare l’attenzione sull’italico porto commerciale appartenente alle nostre colonie dell’africa orientale.

Era stato costruito per ospitare un gruppo di assabesi, eritrei espressamente “ordinati” per la grande occasione: due maschi adulti, definiti dalla stampa dell’epoca come “dignitari”, una sedicenne di nome Kaliga moglie di uno di questi, un giovane di diciotto anni figlio di un capo locale e due bambini di dieci e sette anni.

Il gran giorno arrivò, la città accolse gli ospiti con entusiasmo ma subito il gruppo si rifiutò sdegnosamente di alloggiare nelle umili capanne allestite al Parco del Valentino, sede della manifestazione. La stampa, già attenta a celebrare i fasti della grande esposizione, si interessò oltremodo di quei “bizzarri selvaggi” che, si pensava, visto il loro lignaggio, rivendicavano una sistemazione più consona. Iniziarono quindi a chiamarli “principi africani”. I notabili torinesi fecero la coda per vedere dal vivo i famosi “capitribù” di cui tutti parlavano e la bella Kaliga di cui si esaltava l’esotica bellezza. Il pubblico si fece ogni giorno più invadente: mentre gli uomini assabesi non disdegnano l’attenzione interessata delle nobildonne torinesi, i giornali riportavano “inopportuni tasti” nei confronti della giovane eritrea.

assabesi a torinoInvitati come animali esotici da esporre presso lo zoo umano dell’Expo Torinese, si erano trasformati in poche settimane in oggetto di attenzioni regali. Si li poteva vedere percorrere con disinvoltura i viali del Valentino, accompagnati dai membri del Comitato Organizzatore, incontrare i giornalisti e le personalità più in vista della città.

Ad ufficializzare la qualifica di “principi africani” fu l’atteggiamento della famiglia reale: il duca d’Aosta e la principessa Clotilde li avevano coperti di preziosi regali mentre re Umberto I e la regina Margherita li ricevettero addirittura in udienza privata. Qualcuno per la verità iniziò ad avere qualche dubbio ma la stampa continuò a battere la grancassa sugli esotici principi che i sabaudi potevano vantare di ospitare.

Sul finire dell’esposizione il gruppo fu invitato dal sindaco di Milano a trascorre qualche giorno in Lombardia. Accolti trionfalmente dalle più alte cariche e da una gran folla, passarono giorni di presentazioni ufficiali e sfarzosi ricevimenti in un crescendo di festeggiamenti e di onori.

Un successone!

Gli Assabesi rientrarono a casa a fine agosto dopo quattro mesi passati alla grande. A settembre il giornale romano Riforma dimostrò con prove incontrovertibili che i presunti principi erano solo dei poveracci che, non avendo nulla da perdere, avevano accettato una trasferta pagata in un paese lontano e sconosciuto dove, appena sbarcati, avevano intuito la possibilità di inaspettati vantaggi.

Abituati a cogliere al volo le scarse possibilità di una vita di stenti, il gruppo di eritrei aveva recitato bene la parte, tanto bene che ci cascarono tutti: la stampa, i nobili ed i notabili, i sindaci ed i prefetti per poi chiudere in bellezza con tutta la famiglia reale al gran completo.

Una beffarda vittoria dei più deboli in quella guerra che per decenni aveva fatto migliaia di morti tra le schiere dei “selvaggi, primitivi e cannibali” esibiti negli zoo umani di tutto il mondo.

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