E’ difficile parlare di “centro storico” quando la città in questione è Rio de Janeiro. Lo spostamento della capitale a Brasilia e la furia “funzionalista” degli architetti brasiliani degli anni 60, hanno lasciato poche tracce dell’antico fasto coloniale.
“Rio è il Brasile e Rua do Ovidor è Rio de Janeiro” ha detto qualcuno. Questa antica e stretta via si trova a pochi passi da Piazza 15 Novembre su cui si affaccia ancora oggi il Palazzo Imperiale. Meno battuta della più famosa Travessa do Commercio, Rua do Ovidor è stata per decenni un punto di riferimento del commercio della città e, al tempo della nuova corte arrivata dal Lisbona, addirittura un “centro di potere alternativo”.

La storia è curiosa. Nel 1808 Dom Joao VI, Principe reggente del Portogallo, arrivava a Rio con 40 navi, 1500 cortigiani, il trono e la corona. Un bel trasloco insomma. Fuggiva da Napoleone che da li a poco avrebbe occupato Lisbona. Nel 1815 quest’ultimo venne sconfitto a Waterloo, quindi ci si aspettava che Dom Jao sarebbe tornato In Portogallo. Il reggente invece, non aveva nessuna voglia di rientrare a Lisbona, si era innamorato del Brasile e non voleva tornare a casa!
“Si era preso bene”, anzi benissimo, tanto bene che elevò Rio de Janeiro a capitale del Regno e per dare lustro alla città ordinò dall’Europa uno squadrone di artisti e professionisti di vario genere. Da Parigi arrivarono in tutta fretta pittori, musicisti, artigiani e architetti in quantità, accompagnati dalle consorti e da un numeroso gruppo di prostitute disposte a dare a Rio il giusto livello di meretricio che il nuovo status della capitale imponeva.

Fu così che le donne di questa nuova comunità straniera iniziarono ad aprire intorno al Palazzo Imperiale i loro commerci ed in pochi anni, in Rua do Ovidor, comparvero atelier, saloni da parrucchiere e profumerie. Furono loro ad insegnare alle donne carioca a pettinarsi, a truccarsi, a cucinare, ad usare le posate a tavola, a fare conversazione in pubblico oltre a qualche consiglio su temi in cui le europee avevano molte più lenzuola d’esperienza. Con la protezione degli agiati gentiluomini della corte, in poco tempo la via divenne un luogo di raffinatezze e di discreti amori mercenari. Lo stesso giovane imperatore Don Pedro (figlio di Dom Juao) frequentava con costanza l’atelier di tale Madame Saisset, con la tacita compiacenza del marito cornuto e di tutta la corte. Furono quindi le francesi e questa lussuriosa Rua do Ovidor a donare al Brasile la sua proverbiale apertura mentale?

La via è rimasta stretta e lunga, come allora. Mantiene il suo fascino anche se molti edifici, dopo duecento anni, sono ovviamente cambiati. Attraverso Rua Do Ovidir spiando all’interno dei negozi, cercando parte di quella storia di corsetti e parrucche che ho letto sul meraviglioso libro di Ruy Castro. Una bella vetrina dal gusto retrò, espone cappelli che avrebbe potuto mettere solo mia nonna, fosse stata nobile, per andare a Capri negli anni 30. Si affaccia una commessa un po’ attempata, bella, dai lineamenti vagamente esotici. La saluto con un cenno. Lei mi guarda, con calma, senza fretta, rispondendomi lentamente con un impercettibile “Bonjour”.

Io sono Dom Pedro, lei si chiama Madam Saisset e la cachassa di ieri sera era fortissima.

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