Le porte si aprono, gli aristocratici della business scendono per primi, poi anche i plebei, in fila indiana, raggiungono il comune traguardo: sbarcare dal volo intercontinentale.
Metto le cuffie, passo la porta e tiro un lungo respiro, la prima rivelazione di un posto nuovo. I luoghi, a pensarci, prima di ogni sensazione, si presentano con un preciso odore che la mente registra involontariamente. Nello stesso momento la pelle avverte il cambio di temperatura, le gambe intorpidite tornano a muoversi ed una magnifica sensazione di libertà passa dal corpo alla mente.

Il tragitto fino all’immigrazione è un piccolo viaggio, un percorso ineluttabile, lento, senza preoccupazioni: basta seguire il flusso e non ci si può sbagliare. Con una buona colonna sonora nelle orecchie ed il cervello ancora intontito, la lunga camminata diventa un momento quasi surreale, mistico.
Io di solito metto su un bel reggaettone, il ritmo in levare si mischia alle prime immagini di un posto nuovo, la mente insegue il ricordo di quell’odore già provato, chissà quando, chissà dove. La coda di gente, senza fretta, rassegnata alle varie procedure, in arrivo da mille posti differenti, mi regala sempre una sensazione di flusso cosmico in cui ritorno a prendere posto. Una sorta di piccola processione pagana, una cerimonia sempre uguale, professata in moderni templi di marmo e cemento.

Solo con i miei sacri canti, procedo verso le varie tappe di questa via crucis, compilo i formulari e rispondo alle domande di un confessore in divisa.
Prima tappa: immigrazione. Saluto l’officiante con deferenza. Ma lui fa solo domande, non risponde: “da dove vieni, quanto ti fermi, perché sei qui?”
Bella domanda, capo, me lo chiedo anche io.
Seconda stazione: la dogana. Qualcosa da di dichiarare? Ne avrei tante da riempire pagine intere: porto con me errori, sbagli, peccati, ma quelli non non sono nella lista dei divieti insieme ai semi di baobab, esplosivi e pappagalli tropicali. Quelli si possono portare, anzi di solito ti seguono. Quando anche la valigia sia piena piena, quelli comunque trovano posto insieme ai panni sporchi che ho provato a lavare a ogni latitudine, sui sagrati di queste moderne chiese pagane.
Deliro un poco nella lentezza dell’ultima coda. Fisso inebetito l’ultimo poliziotto/sacerdote che mi risponde con uno sguardo secco, qualche problema? Diventerebbe difficile spiegargli questo mio delirio mentale, sorrido e porgo il passaporto. Lo sguardo sopra gli occhiali appuntati sul naso è fin troppo chiaro: “Passa va…”
Sorrido, immaginandolo più bonario, con una folta barba bianca, una lunga tunica e le braccia aperte sulla grande hall degli arrivi: “pellegrini da ogni dove, la messa è finita, andate in pace”.

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