Nell’affettata diplomazia delle guide turistiche si potrebbe leggere: “San Paolo è una città spiccatamente cosmopolita. Deve infatti il suo fascino al dinamismo che da sempre caratterizza i suoi abitanti che, giunti qui da ogni dove, ne hanno fatto una importante metropoli del Sudamerica. Fondata dai gesuiti in luogo che fosse volutamente lontano da Salvador, capitale dell’epoca, sembra aver conservato il suo spirito inclusivo, la sua giovinezza accogliente ed il pallino per gli affari delle prime comunità della “Compagnia di Gesù”. Se lo stereotipo che da sempre accompagna il Brasile dipinge questi luoghi come caratterizzati da una lenta atmosfera, in accordo con i suoi abitanti, beatamente sorridenti al bar, allora forse, qui, il nostro viaggiatore, potrà trovarsi spaesato, colto impreparato dalla frenesia di una città in perenne movimento, il cui traffico infernale è specchio fedele di un’economia in veloce e costante crescita.

Rivenditori di auto di lusso e grandi ristoranti fanno bella mostra di se all’ombra di imponenti grattacieli sedi di istituti finanziari, banche, assicurazioni. A loro volta questi ultimi alimentano gallerie e musei d’arte contemporanea che possono competere con quelle, più blasonate, delle capitali mondiali della cultura. Potrete così perdervi in Avenida Paulista, credendo di trovarvi a New York, a parlare con un cinese di colore che vi risponderà in spagnolo, architetto di un gruppo di investitori russi. Nulla di strano, anche lui è un abitante autoctono, un vero paulista…”

Potrei continuare a lungo ma dopo un pò mi viene il nervoso. Non è mai bello avere la pretesa di giudicare una città, però qualcuno, dovrà pur dire qualcosa di concreto su San Paolo. Non che le guide siano tutte false ma badiamo al sodo, facciamo la domanda e diamo una risposta.
Una città di merda? Abbastanza almeno secondo la mia umile esperienza.
Dopo mille ore di volo e due ore di sonno, l’Embratour, l’ente di promozione del Brasile all’estero, che fa il suo lavoro con zero germanico, mi invita per un simpatico tour della città. (Sono inviti che non si possono rifiutare, come le offerte della mafia).
Mi ritrovo quindi intruppatissimo in una allegra gita multietnica alla scoperta della città o almeno dell’immagine che mi vorrebbero comunicare. Dopo una prima pausa al parco cittadino a vedere il verde (!!??) mi trascinano allo stadio comunale che ospita il Museo del Futball. Mica paglia! Come in una scena di un film di Verdone, mi ritrovo a fotografare un campo vuoto, piantumato di verde erbetta, orgoglio del locale ente del turismo. Mi viene il dubbio che mi abbiano fatto uno scherzo, ma aime’ nessuno sembra ridere.

Davvero non c’è altro? dov’è il centro, dove sono i musei? Dov’è la San Paolo da bere?
Unica nota positiva dell’insana escursione sono le sorridenti hostess che per un momento mi spingerebbero a ritirare inutili plichi di materiale promozionale, cappellini colorati ed mille poster in omaggio. Allontano il mio lato truzzo che già sognava serate di trenini con flotte di hostess ammiccanti, tutte prese a cantare “oooooohhhhhhh meo amigo charlie” e con il favore delle tenebre, fuggo.
San Paolo non piace nemmeno a Newton, il mio taxista dal nome curioso, in fondo lui è di Salvador e qui ci è venuto solo per cercare lavoro. Puntiamo verso il centro mentre gli racconto la mia storia e lui mi racconta la sua. E’ oramai notte, scorre la città, non si può far molto, ho un volo tra 6 ore ed il fuso dell’arrivo di ieri che mi appesantisce la testa. Puntiamo verso il centro anche se Newton non sembra tanto convinto della scelta. “Cosa andiamo a fare in centro?” mi chiede.
Mi ritrovo davanti alla cattedrale della città, la sua grande piazza mentre intorno tutto e’ chiuso, desolato.

Poca gente, poche auto, poca luce, tante ombre. Scorgo sagome per terra, sdraiate sul sagrato, immobili come fantasmi, scuri alla luce fioca dei lampioni. Più in là maschere di zombie vagano scalzi verso chissà dove, come cani randagi, dagli occhi vitrei dormono in branco, lo sguardo vuoto, in bilico su un baratro invisibile, mi passano accanto fino a ritrovarsi tutti insieme in un raduno di silenziosa disperazione. Qua e la accenni di improvvisati giacigli. Furtivi passanti sfrecciano accanto a loro, accanto a me, rientrano dal lavoro, forse abituati ad una scena consueta.

L’aria e’ pesante.
Non c’e margine per cazzeggiare, per una foto.

Faccio due passi, 2 di numero,
incrocio un paio di sguardi, di quelli che hanno dietro una realtà che non puoi immaginare,
oltre la linea.
A quella linea mi fermo anche io.

Come immobili testimoni, tutto intorno si affacciano gli antichi palazzi, gli ultimi rimasti di un’altro mondo, di un’epoca in cui forse il centro era tale anche per la vita sociale, economica, religiosa. Sembrano anch’essi fantasmi di se stessi, memoria del passato, vittime di non si sa quale logica che investe altrove. Dove sta la grande San Paolo, quella che ho visto prima, quella cosmopolita, ricca, accogliente, raffinata, mecenate di arte e cultura? Dove sono i suoi abitanti alla moda, sulle loro Jaguar? Forse ai tavoli dei ristoranti francesi, quelli all’ultimo piano del Grattacielo Italia, dove il panorama potrebbe essere quello di Shangai, New York, Tokio.

Newton mi porta da un amico, un bar alla buona, per un panino. Mi raccontano di come le autorità non vogliano investire nella valorizzazione del centro, almeno per ora, forse per permettere una futura speculazione. Gli interessi non sono li, ne i capitali, ne le case di chi li possiede.
Non lo so.. Dovrei stare qui un po’ di più per capire, per approfondire, ma non c’è più tempo, scrivo queste ultime righe, in coda per l’aeroporto, confuso dalle immagini di una città che non ho più il coraggio di giudicare e la lucidità per valutare. Inizia ad albeggiare, ripenso alla nottata, mi rimangono le scene di una San Paolo di due mondi, tra le voragini degli oscuri baratri e le vette dei suoi freddi grattacieli.

Prima di svenire su volo TAM, dal mio posto 26E guardo la città dall’alto, allontanarsi velocemente. In fondo chi sono io per giudicare?

Ci vediamo a Salvador.

Altro giro, altra corsa.

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