Finalmente. Finalmente me ne vado da San Perdo Sula, un posto abbastanza insignificante in cui dovrò per forza tornare. E’ po’ come trovarsi il venerdì verso le 18.30 all’uscita dell’ufficio: sapete di doverci tornare ma per per il momento va bene così: il week-end pare lunghissimo se appena iniziato.
Vado a ovest, verso Copan, Una regione montagnosa che oltre a rappresentare una liberatoria immersione nel verde, gode di un clima decisamente più fresco. È ormai ottobre, la stagione secca è appena iniziata e non vedo l’ora di togliermi di dosso l’umido di San Pedro.

La mia Lonely Planet guida la mia fuga verso Santa Rosa de Copan, “capitale” della regione. Il centro storico è un gioiellino di epoca coloniale, il ritmo è decisamente più lento, in pazza gli anziani oziano davanti alla chiesa principale. Sono quei posti in cui passare una “giornata a caso”: non ci sono imperdibili musei quindi la cosa migliore e stare li a vedere che succede, parlare con qualche sconosciuto ed entrare piano piano in questa nuova dimensione.

Camminate lentamente, rilassatevi davanti ad un caffè, dedicate il tempo a perdere tempo, così come sembra facciano in molti da queste parti. Ne uscirete un poco più hondureni e soprattutto più capaci di indirizzare i vostri spostamenti. Un’anziana signora mi ferma raccontandomi la sua vita, io ricambio con la mia: è una professoressa in pensione, vedova, e mentre chiacchieriamo del più e del meno, alcuni ex allievi, ormai adulti, si fermano per un rispettoso saluto. Mi consiglia di andare a Gracias, un piccolo posto ad un ora e mezza da Santa Rosa. Con caratteristico piglio da profia in pensione, deciso ma bonario, mi spiega che devo assolutamente andare, che al tempo degli spagnoli era un centro importantissimo e che ad uno come me piacerebbe molto. Non posso che ubbidire.
Diligente come uno scolaretto, mi ritrovo dopo un paio d’ore a vagare per la città, un posto davvero incantevole, fuori dal tempo. L’anziana insegnante, aveva proprio ragione! Gracias pare pare immutata dal tempo degli spagnoli, le strade sono lastricate, gli edifici antichi portano ancora gli originali colori pastellati e su tutto domina il vecchio forte coloniale.

Qui si più rallentare ancora di più il ritmo di viaggio, cazzeggiare a caso inebetiti dall’atmosfera oltre il tempo. Spegnete il cervello, chiudere la guida e fatevi trasportare dagli eventi spostandovi senza metà dal mercato al Parque Central:  una parte il municipio, dall’altra la chiesa di San Marco. Scegliete il vostro posto ed immobili, potrete immergervi nella città che pian piano fluirà lungo le sue strade. Attendete che scenda il buio, che le luci dei lampioni si accendano, per lasciare che la magia aumenti, che faccia il suo corso sugli elementi. Potrete forse ritrovarvi, al centro di un racconto mitologico, in una scena d’altri tempi, in cui un argentino, artigiano di strada e viaggiatore solitario, potrebbe raccontare di elfi e draghi ad una strana platea di ragazzini, anziani e pazzi di paese.

Ne parla come se fosse un documentario di National Geographic, serio. Gli astanti sono silenziosi, attenti, e chiedono con deferenza se davvero gli gnomi non siano cattivi come le leggende locali raccontano. Sembra un trovatore di antica memoria che intreccia storie magiche e misteriose per un pubblico che, con occhi sgranati, pende dalle sue labbra, rapito dal immaginario del suo racconto.
Io non faccio eccezione. Mi ritrovo a discutere sulla natura degli gnomi, sulla bontà o meno degli essere misteriosi della foresta, di dimensioni parallele e di viaggi d’altrove. Dimentico chi sono, dove sono, quando e perchè.
Vorrei rimanere qui ancora un po’ e seguire quel flusso degli eventi che hanno iniziato a fluire. Ma devo andare. Mi rimane la netta impressione di aver fatto un piccolo tuffo nel passato, di avere imparato di più oggi che in tutti questi mesi di preparazione.
Ora posso andare a dormire sereno, ora so che il viaggio è partito.

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