Lascio Rio, parto ora e parto triste.

Ma non è proprio tristezza, è più la malinconia, il dispiacere di lasciare un posto, la certezza che presto mi mancherà. Sono stato solo cinque giorni, poco, pochissimo, eppure son qui che guardo fuori dall’oblò con l’umore sotto i piedi senza sapere bene il perché.
Oggi, ho salutato Copacabana e la sua immensa spiaggia, la sabbia fina e le onde grandi, i grattacieli dell’Avenida Atlantica. L’ho fatto come se fossi qui da tempo, come se un hotel fosse stato casa mia ed il lungomare il mio giardino. L’ho fatto come se salutassi una persona cara, come se dicessi addio ad una donna amata.

Nella storia dei cliché di viaggio c’è n’è uno famoso per cui le città sono divise tra femminili e maschili. Le prime sono romantiche, volubili e coinvolgenti, le altre invece sono gravi, impersonali, fredde. Parigi e Roma contro Londra e New York.
Rio è indubbiamente femmina. Non fraintendetemi, non è tale per i culi che girano in città e che davvero sono notevoli. E non lo è nemmeno per le tonde colline del Pan di zucchero o le sinuose curve del suo lungomare. Rio è femmina per la ricchezza d’animo, la propensione all’ accoglienza, l’infernale gentilezza e la schietta sincerità. E’ femmina per la sua nobile decadenza e la sua capacità di geniale rinascita, per la sua materna cordialità che si fonde ad una spensierata dissolutezza.

Forse per questo sono un po’ giù. Lasciando Rio lascio tutto questo: un gran posto, un’affascinante città femminile che per poco mi ha voluto bene. La guardo laggiù, dal mio finestrino sperando di coglierne ancora un ultimo sguardo, sapendo per certo che un giorno ci rincontreremo.
A presto.
Pietro

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