Il foglio bianco non c’è più da tempo, ora si scrive su uno schermo ma la sindrome è sempre quella. Non è tanto il bianco ad intimorire quanto il carico di cose da raccontare nel modo giusto. Almeno per me.

Mi trovo nella curiosa situazione di avere un sacco di materiale a cui attigere per una interessante storia di viaggio: tanti kilomentri, una montagna di immagini ed un lungo percorso da Torino a Cape Town. “Tanta roba” come si dice. Tante cose, intimamente intrecciate, da mettere in fila, parola dopo parola con la paura di non riuscire correttamente ad esprimerle.

Il fatto è che non è stato solo un viaggio: ho corso per tre mesi attraverso l’Africa sapendo di dover rientrare, desideroso di farlo per riprendere finalmente le fila della mia vita passata. Un bel peso, da portarsi in valigia ma anche una grande spinta. 25000 km di pensieri misti ad una quotidianità dura fatta di caldo e deserti, zanzare e strade impossibili. Tutto di corsa, tutto veloce per arrivare in tempo. Tanta fretta che forse non ho digerito il tutto, non sono riuscito a masticare le emozioni che mi hanno attrversato come ondate calde e gelide, umide e asciutte, dure e dolcissime. Uno shot continuo senza soluzione di continuità che ho soprannominato “flusso” al cui soffio mi sono lasciato andare, seguendo la corrente, facendo d’impulso prima di ragionare, reagendo prima di capire.

Non ho avuto scelta in questo. Non è stata freddezza, non è stato il sottrarmi alle lacrime o alla consapevolezza. E’ stato istinto, sopravvivenza e desiderio di raggiungere la meta.

Ora, solo ora, capisco che lo scrivere questa storia rappresenta riviverla, esplorarne le cavità che la contingenza ha obbligato a saltare, insinuarsi nei dubbi e nelle paure che l’hanno anticipata e nelle crisi che l’hanno accompagnata. Sciverla significa fissarla e comunicare tutta questa massa melmosa di cuore e kilometri che mi spaventa, prima di affascinarmi. So per certo che è una scelta giusta, un percorso necessario come lo è stato lo stesso viaggio. Una discesa interiore direbbero gli psicologi da bar, che mi vede ora qui, con le valigie in mano, preso da quall’ansia da partenza che sempre mi accompagna quando riempio i bagagli e chiudo la porta di casa.

Che sia un buon viaggio, me lo auguro da solo. Lo sarà, ma potrà essere definito tale solo alla fine e forse solo da voi lettori. Abbiate fede a breve continuerò ciò che ho iniziato e se alla fine non uscirà un best seller, beh allora sarò stato utile lo stesso, mio figlio leggerà ai suoi figli una bella storia che lo riguarda.

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