Certo non siamo idealisti, i soldi servono eccome. Ma averli non sempre vuol dire possederli.
Sono a Yaounde’ in Cameroun, il circuito maestro del mio bancomat non funziona, della VISA non ho il codice (errore madornale). Non mangio dall’alba. Ho qualche euro che spendo in connessione, glia amici mi aiutano dall’Italia a trovare soluzione. Mi autoinvio del contante con Western Union e confermo la transazione via Skype quando mancano pochi secondi al termine del credito. Corro di sotto ma l’ufficio ha appena chiuso, invoco pietà, mi aprono.
Compilo il modulo davanti ad una matrona africana: “passaporto?” mi chiede. Bestemmio in turco per aver lasciato il documento all’ambasciata congolese per fare il visto. La carta d’identita vale come la tessera della metro, niente. Ho ancora la patente internazionale ma manca la data di scadenza, chissà perché non e’ indicata chiaramente. Niente da fare.
Non ho la forza di incazzarmi. Chiedo una mezz’ora per cercare una scansione del passaporto nella mia mail. Non c’è.
Torno senza più la forza di insistere con questa poveretta che ha i suoi spazi bianchi obbligatori da riempire nei suoi cazzo di moduli. La domanda la fa lei: “e adesso cosa facciamo?”
Immagina che passero’ la notte sulla porta del suo ufficio, la sua espressione comunica pena per questo bianco barbuto, digiuno e ciondolante.
La tolgo dall’imbarazzo: “facciamo che torno domani,ok?” dormi serena, ho ancora una scatola di sardine.
E così mi ritrovo a immaginare la stessa scena al contrario. Siamo in Italia, sono nero e straniero, senza soldi per un disguido, per mia colpa, per errore. Vago per una città che non conosco, chiedo aiuto alla gente, sopporto gli sguardi di sufficenza, non ho la forza di incazzarmi, non e’ solo colpa loro se il mondo non ha pietà…
Ma io sono bianco ed il “contrappasso” non regge. So bene di non poter finire in quello stato di disperazione infinita di chi davvero e’ perso e combatte per la sopravvivenza nelle nostre città.
Non posso avere la pretesa di comprendere quale forza d’animo sia necessaria per andare avanti, quale profonda lacerante umiliazione si debba sopportare quotidianamente.
Ma passare dall’altra parte dischiude realtà mentali ignote, toccare con mano una piccola porzione di pena apre un mondo intero dietro una mano tesa, una storia strana che ha solo la verità della sua pena da donarti.
Neghiamo aiuto, passiamo oltre quella mano cercando in fondo una scusa per non ammettere che e’ solo per culo che siamo finiti dalla parte giusta della barricata.
Proseguimo convincendoci che non e’ colpa nostra, che noi non possiamo fare nulla, che sono altri i preposti a questo e che in fondo e’ meglio che ogniuno stia a casa sua. Gia’ tutti a casa contenti…
Che cosa farei se fossi solo qua? Dove passerei la notte? Dove troverei i soldi per mangiare domani, e poi dopodomani? Chi mi darebbe lavoro, chi si fiderebbe a prestarmi qualche soldo?
Rimango senza risposte mentre ritorno dalla parte fortunata della frontiera. Cerco di fissare in qualche modo la condizione a cui mi sono affacciato, l’immagine che sta dietro quella mano tesa ed il buco nero, profondo che occhi abituati alla luce non possono scrutare oltre.

5 thoughts on “Visto giornaliero oltrefrontiera

  1. Non e’ Che la signora con la fatidica domanda “e adesso cosa facciamo” alludesse a qualcosa di particolare, bel maschione Bianco?

  2. …l’altro giorno, in un momento di tristezza, dopo aver ascoltato parole che mai avrei voluto sentire, ho letto questo tuo post (su fb, e stavo per commentare, se non fosse che il mio pic ha deciso di bloccarsi proprio in quel momento) e, anche se a confronto il paragone è ben misera cosa, ho realizzato l’importanza di calarsi nei panni degli altri, di “ascoltare” il cuore di chi abbiamo vicino, di oltrepassare la frontiera, più spesso la barriera, che ci separa dagli altri.
    Ti ringrazio per queste tue parole, mi hanno fatto bene.

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