Finalmente a Marrachesh! Dopo qualche migliaio di chilometri lungo il Marocco del nord, si arriva in città più scafati alla “battaglia” delle contrattazioni. In realtà qui la gente è più accogliente rispetto a Fes: si possono fare due chiaccherare senza secondi fini, chiedere informazioni senza dover lasciare mance imbarazzanti. Riprendo la mia vecchia pensione, quella di cinque anni fa, la stessa stanza a cinque euro a notte proprio dietro la bellissima piazza Djemma el- Fna di cui ricordo le spremute d’arancia e quei tamarri che incantano i serpenti per i turisti. Ritrovo la Medina piena di gente, motorini, carri e muli tanto che quasi non si riesce a camminare, l’aria è densa di odori, forse meno romantica di quanto me la ricordassi.

E’ sabato sera e non si può perdere il vero spettacolo della città: la notte nella piazza centrale. Mangio per pochi dirham nei piccoli ristoranti mobili che vengono montati e smontati tutti i giorni: tajin, brochette, zuppa e carne di monone. Suonatori, saltimbanchi e fattucchiere creano un’atmosfera antica tra i fumi di fritture e delle lampade a gas. Oltre ai turisti la piazza è ancora vissuta da molti marrakechi, i bambini dagli occhi sgranati assorbono estasiati i racconti incomprensibili dei cantastoprie di strada: immobili, d’improvviso sobbalzano alle svolte del racconto ridendo delle accellerate comiche. Io ovviamente non capisco nulla ma la loro emozione magicamente passa a me che rimango incantato da una atmosfera surreale, fuori dal tempo.

Da ore, in questa confusione, ho abbandonato gli altri  e vago solo da un capannello di gente all’altro, da una storia ad un’altra. Piano piano l’atmosfera incomincia a diventare in qualche modo familiare. Mi perdo geograficamente fondendo e confondendo le immagini della Libia, dell’Iran, della Tunisia e di Porta Palazzo. Un viaggio nel viaggio. Dove sono? Naufrago dolcemente in un mare causato dai ripetuti risvegli mattutini dove non si sa più bene dove ci si trova, dove si deve andare, perché.

Vorrei rimanere qui, fermare tutto e rimanere. Sono arrivato l’altro ieri, domani riparto. Il viaggio impone i suoi ritmi, il suo prezzo, ricordando all’animale pellegrino i termini della questione: domani dobbiamo raggiungere Agadir, quattrocento chilometri.

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